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L'ORA GHIOTTA: SESSO ZUCCHERINO


di La-mandria
22.08.2026    |    185    |    4 8.0
"Si strofinavano l'un l'altro con foga, la loro pelle pelosetta che trasudava goccioline di succo acido e sanguigno..."
N.D.A: gli autori hanno scelto di classificare i loro racconti in due categorie:
• “SOFT” per tutti
• “STRONG” per intenditori
Questo appartiene alla categoria SOFT

Il laboratorio della pasticceria L’Ora Ghiotta profumava di farina tostata, burro riposato e lussuria malcelata.
Quando la chiave girò nella toppa alle ventidue in punto, il buio non portò il riposo, ma una vibrazione d'attesa, una tensione erotica e vischiosa che risalì dai piedi dei tavoli in acciaio inox fino alle mensole più alte.
Non appena l'ultimo passo del mastro pasticciere svanì lungo la via ciottolata, la grande vetrata della cucina filtrò la luce dorata di una luna piena e sfacciata.
Quello era il segnale per svestirsi di ogni forma rigida.
Sul piano centrale, la ciotola di rame battuto iniziò a fremere di brama.
Non era una preparazione qualunque.
Era la notte della Grande Lievitazione, l'unica occasione in cui le materie prime potevano cedere alla propria natura fluida, granulosa, umida e senza freni.
Il Burro di Malga, rimasto a squagliarsi a temperatura ambiente, era ormai completamente nudo: cedevole, lucido, turgido di panna condensata. Si mosse per primo, scivolando fuori dal suo involucro di carta oleata con un suono viscido, un schlock bagnato che echeggiò nel silenzio.
La sua superficie, dorata e macchiata di umore lattiginoso, emanava un profumo penetrante di pascolo e grasso caldo. Si allungò sul marmo freddo del banco, stirandosi con sfacciata voluttà e offrendo le sue forme molli alla stanza.
«Guarda come ti squagli... sei sempre il solito esibizionista» mormorò una voce polverosa, volatile, che si sollevò in volute impalpabili.
Era la Farina Tipo 00, macinata a pietra.
Leggera, finissima, priva di ogni pudore. Si levò in volo prima di precipitarsi a corpo libero sul busto lucido del Burro. Non fu un contatto delicato, ma una penetrazione granulosa: i microscopici granelli di grano si insinuarono nell’ingranaggio denso del burro, assorbendone la trasudazione, affondando nell'unto fino a farsi inghiottire completamente.
Il Burro cedette con un gemito grasso.
Più la Farina si strofinava forte dentro di lui, più lui la avvolgeva nelle sue spire calde, sciogliendosi in una poltiglia densa, cedevole, pronta a lasciarsi violentare da nuove consistenze.
«Fate posto anche a me» ansimò lo Zucchero a velo, rovesciandosi dall'alto in una pioggia sottile e febbrile. Ogni suo cristallo era una lingua di fuoco che pizzicava la pelle unta del Burro, liquefacendosi all'istante al contatto con la sua carne tiepida.
Insieme, i tre si abbandonarono a un'orgia di frizioni ritmiche sul piano di pietra: un attrito ininterrotto, un pompaggio circolare e bagnato in cui il burro soffocava la farina e lo zucchero succhiava il burro.
L'impasto si apriva, si stirava e si riavvolgeva su se stesso con schiaffi sordi contro il marmo, lasciando una scia densa di profumo lattico e zuccherino.
Nel frattempo, sul lato opposto del laboratorio, la sezione delle creme scivolava nel proprio baccanale di pura libido chimica.
I Tuorli d'uovo, di un arancione viscerale, privi della sacca trasparente degli albumi, giacevano in una boule di vetro come corpi caldi ammucchiati.
Erano gonfi, turgidi, tesi fino al limite della rottura.
Sentivano addosso gli sguardi eccitati dello Zucchero semolato, i cui cristalli più spigolosi rotolavano verso di loro spinti da una brama incontrollabile.
Quando i primi cristalli rugosi urtarono la membrana tesa del Tuorlo principale, la pelle cedette con un pop lascivo.
Un getto vischioso e denso di tuorlo liquido esplose all'esterno, inondando lo zucchero.
Gli altri tuorli, travolti dall'orgasmo del primo, si spaccarono in catena.
Fu un'ammassata violenta e dolcissima: le fruste d'acciaio appese in alto oscillavano vibravano al ritmo frenetico di quel rimescolarsi di succhi.
Lo Zucchero sferzava la carne dell'Uovo, l'Uovo risucchiava lo Zucchero, montando con furia spumosa fino a diventare una crema chiara, densa, piena di bolle d'aria che scoppiettavano come piccoli sospiri bagnati.
Ma a far scattare la vera estasi fu l'irruzione dal pentolino di rame.
Il Latte intero, portato a ebollizione, ribolliva di un calore bianco, umido e denso, intriso dei semi neri della Vaniglia Bourbon.
Quella spezia scura, strappata a forza dal suo baccello rugoso, sguazzava nel liquido rilasciando un vapore profondo, animalesco, di cuoio bagnato e dolcezza scura.
«Sei troppo bollente... ci sfarinerai tutti» gemette la Spuma di Tuorli vedendo il Latte sporgersi dal bordo.
«Allora affoga dentro di me» ruggì il Latte.
Il getto di latte bollente si abbatté come una cascata calda sul corpo della spuma d'uovo.
L'impatto termico scatenò un vapore denso che avvolse la stanza in una sauna zuccherina.
I grassi dell'uovo e le proteine del latte si fusero in un amplesso violento; l’Amido di Mais si insinuò senza aver chiesto permesso al centro dell'unione, sciogliendo ogni resistenza e addensando il fluido in un'unica massa vischiosa.
La Crema Pasticciera era nata: un corpo liquido, dorato, lucido, che colava pesante e bollente, rilasciando bolle d'aria che sbuffavano aromi di vaniglia e tuorlo montato a caldo.
Se la frolla era il letto e la crema l'umore denso, la frutta era l'istinto animale senza alcuna regola.
Nella bacinella di vetro, la frutta fresca era un cumulo sfrontato di carne, succhi e cavità aperte che bramavano solo di essere riempite e imbrattate.
I Lamponi condussero la danza sfrenata.
Carnosi, vellutati fuori e vuoti dentro, cercavano disperatamente un corpo dentro cui incastrarsi.
Si strofinavano l'un l'altro con foga, la loro pelle pelosetta che trasudava goccioline di succo acido e sanguigno.
Le Fragole, spaccate a metà, esibivano senza sdegno le loro spaccature interne: un cuore sodo e candido circondato da labbra di un rosso fuoco, gocciolanti di nettare appiccicoso.
Si montavano a vicenda, facendo colare la loro linfa rossa lungo i fianchi tondi e scuri dei Mirtilli.
I Mirtilli, sferici, turgidi e neri come la notte, lottarono per mantenere la buccia integra, ma sotto la spinta pesante delle fragole e lo sfregamento continuo dei lamponi, le loro pelli scoppiarono con uno schizzo secco.
Il loro succo viola, denso e profondo, allagò l'intera bacinella, macchiando la carne bianca delle fragole e riempiendo fino all'orlo i cavi dei lamponi.
«Strofinateci! Inondateci!» strillavano le Fette di Ananas sciroppate, dimenandosi nel vassoio con la loro fibra bagnata, intrisa di liquore al maraschino. «Vogliamo la crema densa! Vogliamo essere affogate!»
L'aria nel laboratorio divenne pesante, densa di odori sfacciati: la dolcezza grassa del burro e della vaniglia si scontrava con l'odore pungente, quasi alcolico, dei succhi di frutta spremuti e mischiati nella ressa.
La Crostata non ce la faceva più.
La Pasta Frolla, oramai cotta e resa fragrante dal calore del forno, giaceva nello stampo a bordi frastagliati. Era dorata, aperta, piena di pori secchi e screpolati che chiedevano a gran voce di essere inondati.
«Riempimi... penetrami dappertutto» sussurrò la Frolla, spalancando il suo guscio croccante.
La Crema Pasticciera si precipitò senza esitare.
Con una colata spessa, calda e pesante, si rovesciò dalla boule direttamente al centro della frolla.
Il contatto fu un'esplosione di umori.
La crema scivolò nei recessi più intimi e negli anfratti ciechi del biscotto.
L'infiltrazione fu totale: ogni singola crepa della crostata venne penetrata dal fluido dorato alla vaniglia, che si adagiò a strati tiepidi, oscillando a ogni sobbalzo del banco.
«Adesso tocca a noi entrare!» ruggirono i frutti.
Fu un'invasione carnale irrefrenabile.
I Lamponi si tuffarono a testa in giù, affondando nella crema fino a farla schizzare via dai lati.
Il fluido dorato risaliva rabbioso attraverso la loro cavità, riempiendoli da dentro fino a farli trasudare vaniglia dai pori esterni.
Le Fragole si schiacciarono di schiena, spingendo la carne rossa dentro il letto biondo e soffice, scavando solchi profondi in cui il succo rosso e la crema dorata si mescolarono in venature rosa e violacee.
I Mirtilli rotolarono negli anfratti rimasti scoperti, incastrandosi a forza tra una fragola e un lampone, spingendo finché non sprofondarono a metà nella marea liquida.
Era un ammasso informe e magnifico di carne vegetale, umore d'uovo, grasso di burro e succhi acidi.
Ogni elemento strofinava la propria consistenza su quella dell'altro: la rugosità della fragola grattava la pelle liscia della crema; il mirtillo scivolava sull'orlo croccante della frolla; la polpa del lampone si sfaldava e si squagliava sotto la pressione corale dell'orgia.
Quando l'ammassamento raggiunse l'apice della frenesia, dall'alto calò una presenza trasparente, spessa e bollente.
La Gelatina d'Albicocca, fusa a bagnomaria, era diventata un fluido dorato, vischioso e filante.
Non scese a gocce, ma si rovesciò in un getto continuo, soffocante e bollente.
La Gelatina colò su ogni centimetro di carne e di crema, penetrando tra le insenature, incollando i corpi dei frutti l'un l'altro. Una morsa finale, calda e densa, avvolse le teste dei lamponi rigonfi di crema, scivolò lungo i solchi aperti delle fragole, bagnò i mirtilli ricoprendoli di una guaina lucida e appiccicosa.
Un lungo fremito pervase l'intera struttura della torta.
La frolla assorbì l'ultimo schizzo di umidità, la crema si assestò al massimo dello spessore, i frutti rimasero bloccati nell'atto di massima estasi.
A sigillare l'eccesso sensoriale, una pioggia finale di Zucchero a velo fioccò dall'alto: una spolverata sottile che si posò come spuma di sudore candido sulle forme lucide, turgide e sfinite della composizione.
Quando i primi raggi del sole sferzarono il vetro del laboratorio, il silenzio tornò a regnare.
Il mastro pasticciere aprì la porta, accese le luci e si avvicinò al banco d'acciaio.
Lì ad attenderlo c'era la torta completata, adagiata sul suo vassoio dorato.
Era una Crostata di frutta e crema da capogiro.
La frolla fragrante conteneva a stento una massa spessa di crema alla vaniglia, impreziosita da puntini neri.
Sopra, la frutta era ammassata in un disordine carnale e magnifico: fragole turgide macchiate di crema, lamponi straripanti di fluido, mirtilli specchianti sotto la patina di gelatina lucida.
Il pasticciere si chinò sul dolce, respirando a fondo a pochi centimetri dalla superficie.
L'aroma che si sollevò non era quello di un normale prodotto da forno.
Era un effluvio caldo, pesante, sfrontato; un profumo di burro sciolto, vaniglia affondata nelle masse, succhi spremuti nel buio e zuccheri fusi nell'estasi.
Sorrise fra sé, prese la pala da torta e sistemò il capolavoro al centro della vetrina principale, dove la luce del mattino avrebbe fatto risplendere ogni singola goccia di quella gloriosa, inconfessabile notte di sesso zuccherino.

Vacca 24
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